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Referendum o non referendum, questo è il problema d’Israele


Referendum o non referendum, questo è il problema d’Israele

NON C’È UNA LEGGE, CI SONO ALCUNI SERI RISCHI, MA POTREBBE ESSERE LA SVOLTA CHE SERVE A SHARON PER IL PIANO DI RITIRO


By Emanuele Ottolenghi
Published in Il Foglio Page VII
23/10/2004

Israele è una Repubblica parlamentare priva di Costituzione scritta come l’Inghilterra. Non prevede l’uso del referendum: politici e statisti di Gerusalemme hanno sempre temuto una possibile deriva plebiscitaria. Tuttavia, di referendum in Israele si parla ormai dal 1993. Fu Yitzhak Rabin a promettere un referendum su eventuali concessioni territoriali alla Siria. Rabin si era impegnato, durante la campagna elettorale del ’92, a non cedere il Golan e di fronte al possibile cambio di rotta creato dai negoziati era stato messo con le spalle al muro da una campagna popolare. Lo slogan “Il popolo è con il Golan” fu vincente: solo la promessa di referendum poteva offrire una risposta adeguata. Una volta poi firmati gli accordi di Oslo, la pressione per una consultazione crebbe, viste le profonde divisioni nel paese sull’opportunità dell’intesa. Di referendum non se ne fece mai nulla e Israele non ha la legislazione necessaria che ne preveda la convocazione. Chi oggi sostiene il referendum in Israele sostiene che un atto di tale ampia portata come un ritiro unilaterale dovrebbe essere sottoposto a consultazione popolare. Ci sono tre argomenti a favore: un referendum darebbe legittimazione popolare al ritiro da Gaza, scongiurando l’atmosfera degli anni di Oslo, quando la divisione interna al paese indebolì il governo di minoranza che ne aveva approvato i termini; la volontà del popolo chiaramente espressa isolerebbe gli estremisti tra gli oppositori del piano, scoraggiandone azioni sconsiderate; il referendum permetterebbe al premier Ariel Sharon di aggirare gli ostacoli politici e parlamentari che ha di fronte, quali l’opposizione interna al Likud e alla Knesset, per vincere una consultazione il cui risultato, visti i sondaggi, è dato per scontato. Pur essendo presenti, i pericoli di una deriva violenta da parte della destra radicale vanno qualificati, tenendo in considerazione le importanti differenze tra Israele durante Oslo e oggi: – a differenza di Oslo, il piano di disimpegno da Gaza è promosso da un governo di centrodestra, guidato da Sharon, il padre spirituale degli insediamenti; – a differenza di Oslo, su cui il paese era profondamente diviso, il ritiro da Gaza gode di un enorme consenso che attraversa tutti i settori dello spettro politico ed è osteggiato solo dall’estrema destra e dall’estrema sinistra; – a differenza di Oslo, con le sue possibili conseguenze per il futuro di tutti i territori, il piano di disimpegno si limita a Gaza e a pochi isolati insediamenti nel nord della Cisgiordania. Viste tali differenze, gli oppositori del disimpegno si trovano di fronte a un dilemma. Il vasto consenso che Sharon e il suo piano riscuotono in Israele li costringono a mettere in piedi una dura opposizione, ma una dura opposizione al ritiro, specie se violenta, potrebbe evocare i demoni di una guerra civile, isolerebbe la destra e le sue ragioni, distruggerebbe qualsiasi simpatia residua per gli insediamenti e offrirebbe al governo una scusa per adottare misure repressive contro i riottosi, riducendo quindi al minimo le chance dei coloni di negoziare soluzioni meno traumatiche. D’altro canto, la rinuncia a Gaza senza dar battaglia può creare un precedente pericoloso per i coloni: potrebbe indebolirli quando verrà il turno della Cisgiordania. E una forte opposizione su Gaza oggi potrebbe scoraggiare ulteriori ritiri in futuro, se il prezzo da pagare per il paese fosse alto. La moderazione pare dunque da escludersi, salvo che la battaglia possa essere diretta su canali istituzionali: il referendum o elezioni anticipate, da usare anche come contesa sul piano di disimpegno. Anche Sharon si trova di fronte a un dilemma: l’intensità dell’opposizione incontrata tra i settori più militanti della destra religiosa e nazionalista è direttamente proporzionale alla legittimità del piano. Certo, esistono settori della destra più radicale dove la legittimazione democratica non ha valore, ma si tratta di isolare i pochi estremisti disposti a tutto, recuperando al processo democratico coloro che si oppongono ma sono disposti a rispettare la volontà popolare. Se il piano ottenesse il sostegno della nazione, l’opposizione non potrebbe ignorare il risultato. Almeno gli attuali avversari di Sharon dentro il Likud e in Parlamento, oltre che la leadership istituzionale degli insediamenti, dovrebbero arrendersi e questo offrirebbe un segnale di moderazione. Tuttavia l’esito del referendum non è scontato. Intanto manca la legislazione necessaria, cosa che potrebbe causare gravi ritardi. Ci sono due rischi: il primo è che l’iter legislativo sia lungo, o sia dirottato da chi vuole che il referendum diventi uno strumento di regolamento dei contenziosi politici, non solo delle questioni diplomatiche e territoriali. Il secondo è che chi si oppone al disimpegno dia battaglia sulle maggioranze necessarie per approvare il referendum: un tentativo di escludere il voto arabo israeliano dal computo da parte della destra radicale, ma anche una legittima preoccupazione che un passo politico così rischioso e pieno d’incognite vinca senza una robusta maggioranza.

Il pericolo terrorista in campagna elettorale
Anche se l’iter legislativo fosse rapido e indolore, il rischio è che la campagna elettorale diventi ostaggio degli imprevisti tragici dell’Intifada. L’impatto dell’escalation di violenza a Gaza, da quando Sharon ha annunciato il piano di disimpegno, è un chiaro segno dei pericoli che si prefigurano. Una serie di attentati contro obbiettivi ebraici, nei territori e in Israele, a ridosso del voto, potrebbero cambiarne il risultato, visto che l’obiezione al disimpegno che incontra maggiori consensi è quella che sostiene che il ritiro premia la violenza e incoraggia il terrorismo palestinese perché crea l’illusione di una vittoria su Israele. Che la violenza sia una preoccupazione centrale per i sostenitori del disimpegno appare chiaro se uno pensa al referendum tra gli iscritti del Likud dello scorso maggio: Sharon perse quando, lo stesso giorno del voto, una donna incinta fu massacrata con i suoi quattro bimbi, di meno di 11 anni, da un commando palestinese a Gaza. La ferocia del gesto ha ricordato agli elettori quel giorno come lo scenario di sicurezza creato dal ritiro sarà tutt’altro che ideale. Molti, scioccati, non votarono. Andarono invece a votare gli oppositori del disimpegno, che nel crimine appena avvenuto vedevano la conferma delle loro peggiori paure. Il terrorismo ha già influenzato due sconfitte elettorali, quella di Shimon Peres nella primavera 1996 dopo quattro attentati di Hamas a Gerusalemme e Tel Aviv, e quella di Ehud Barak nel febbraio 2001 dopo cinque mesi di Intifada. Una campagna elettorale potrebbe spodestare ora Sharon con gli stessi sanguinosi mezzi. Esistono infine due ulteriori preoccupazioni per Sharon, se si dovesse ricorrere a un referendum: gli oppositori del ritiro sono forti, mobilitati e capaci di mettere in piedi una campagna di propaganda molto più aggressiva dei sostenitori del ritiro; l’apatia tra l’elettorato di sinistra e quello centrista, non sufficientemente motivato e non pienamente conscio dei rischi di una sconfitta di Sharon per mobilitarsi in forze, potrebbe portare a un elevato tasso di astensionismo, come accadde a Barak nel 2001 quando il 40 per cento di astensioni fece il gioco di Sharon. Gli ultimi sondaggi confermano un solido sostegno per Sharon e il suo piano. Secondo il Peace Index di settembre, “la montante protesta dei coloni e dei loro alleati contro il piano di… ritiro da Gaza non ha eroso il vasto e stabile sostegno per tale mossa”. Il consenso è intorno al 61 per cento, con un 30 per cento di contrari e un 9 di indecisi. Potrebbe cambiare tutto naturalmente, specie se una aggressiva ed efficace campagna in Parlamento e fuori e un aumento del terrorismo spostassero l’opinione pubblica. L’equilibrio nel governo è attualmente contrario al referendum, ma le voci a favore, anche tra i sostenitori del ritiro, crescono. Prima della fine dell’anno Sharon potrebbe dover cambiare idea, facendo una mossa politica senza precedenti e lasciando alle incertezze di un referendum il destino del paese. Il rischio è altissimo, ma se vincesse, avrebbe tutta la legittimità per procedere col disimpegno e ignorare l’opposizione interna.


posted on 27/10/2004